Manifesto

Manifesto

Volevo scrivere la Regola del Convento, ma ho preferito scriverne il Manifesto, un manifesto che parte dal piccolo, dal semplice.

Oggi, preso dalla noia sono uscito, il sole ricordava le primavere da bambino, l’aria fresca, il sole, i campi. Ragioniamo sempre di quello che abbiamo perso e troppo poco di quello che abbiamo ritrovato (che è quello che più dovremo ricordare poi).
Oggi sono tornato piccolo, quel piccolo Andrea che vagava perso nei campi della nonna Giuseppina, con l’odore del sole nei capelli e il sapore dell’aria inspirato a pieni polmoni. Tra un argine e l’altro, ho guadato un fosso. Occhiali Valentino e pantaloni Adidas, un’armatura imperfetta, i piedi persi fino alle caviglie come in sabbie mobili. Stavo quasi per lasciarci dentro le scarpe con il plantare ortopedico. Giuro che non ho mai riso così tanto. Gambe in spalla e sono giunto all’altra sponda. Ho camminato, fiutato e riso finché non ho trovato un punto più agevole per tornare indietro, poi ho raggiunto casa con un sorriso a trentasei denti. Ora è tutto a lavare, ma ho voluto ricordarlo con una foto, per ricordarlo poi. Proprio adesso, mentre ci stiamo annoiando di tutto, dobbiamo ricordarci delle parti dimenticate di noi stessi, per portarle con noi nel nuovo mondo.

Così scrivo sul mio Facebook il 25 aprile; questa è stata la mia piccola Liberazione.

Poco dopo mia madre mi scrive, inoltrandomi questo messaggio, tratto da una lettera aperta a Conte:
“L’Italia dovrà affrontare enormi problemi economici, sociali, culturali, ci sarà bisogno di risollevare una popolazione disorientata, preoccupata, insicura. Molti dovranno affrontare problemi di salute mentale e depressione legati sia alla gestione emotiva di una situazione così difficile sia alle preoccupazioni di carattere economico. Ci sarà quindi un enorme bisogno di cura che andrà affrontato con la stessa attenzione riservata all’economia.”

Poi ci troviamo oggi, 4 maggio, ultimo ex giorno di quarantena al lancio del sito di Sorella Jean Claude; ma come ci siamo arrivati?

Anche i più ottimisti sono con i nervi a fior di pelle, quindi sì, io sono qui per dare una mano, e al contempo strappare una risata; è qui che quel'”enorme bisogno di cura” si fonde con la mia esperienza bucolica di ritrovamento di me.

Post Coronavirus viviamo in un mondo che rischia di essere radicalmente diverso da ogni cosa che avevamo conosciuto in passato.

L’unica domanda che riusciamo a controllare, su cui ha senso fare conto non è “come cambierà tutto?”, nè “torneremo mai come prima?”, ma piuttosto “di cosa faremo tesoro?” e sopratto “come reagiremo?”, e queste due domande sono intimamente connesse.

Volete veramente tornare alla vostra vecchia vita (cosa che ci stanno accuratamente proibendo) come nulla fosse? Volete veramente tornare a far finta di essere ricchi e felici su Instagram?

Io no.

Instagram, di tutti i social, era ed è, se volete, la cartina di tornasole delle storture del mondo precedente. E no, non sono uno di quelli di “che bello il pianeta si sta riprendendo i suoi spazi”.

Il punto non è non agire pubblicamente, il punto è più o meno quello di RuPaul “If you can’t love yourself, how in the hell you gonna love somebody else?”

E’ un ordine logico, prima impariamo ad amare noi stessi, poi gli altri. Prima cambiamo la nostra vita, poi cambiamo il mondo.

Capite? E’ necessario un capovolgimento del punto di vista, un Manifesto!

Ecco quindi che questa quarantena vuole e può essere il pretesto per rivolgere finalmente lo sguardo su noi stessi,e cominciare a fare dei piccoli ma fondamentali passi verso una vita più serena, più piena, e più coerente.

Vivevamo in un mondo dove gli imperativi categorici erano diventati impossibili da rispettare, quindi si era presa la pessima abitudine di fingerli, generando una spirale di invidia, una sorta di industria bellica mondiale dell’invidia dove invece che la corsa agli armamenti c’era la corsa a chi era più ricco, più bello, più felice, raccontando la balla più grossa.

La verità è che possiamo essere belli anche senza essere madre natura, che possiamo vivere nell’agio senza essere Bill Gates e che non sempre possiamo essere felici.

Eh sì, la coerenza è figlia della verità, e i primi a raccontarci la verità dobbiamo essere noi, tutto il resto sono casi umani, e qui ne parlerò in abbondanza.

Ah sì, quasi dimenticavo di rispondere alla domanda “di cosa parlerò qui?”!

Di amore, sopratutto, delle regole internazionali del rimorchio, etero o gay che sia.
Del distillato filosofico dell’Ordine delle Cappellane scalze, della saggezza accumulata in anni di osservazione conventuale, e soprattutto del fatto che, anche in amore, non c’è relazione che precluda da una sano lavoro su se stessi.

Quindi, se vi va di cambiare ridendo, allora siete nel posto giusto.

La vostra Madre, la vostra Coach, la vostra Amica,
Sorella Jean Claude

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