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Influenza social.

Influenza social.

Mi chiedevo questa mattina quale sia l’influenza che i social hanno nella nostra vita; e la risposta è che questa è tendenzialmente pessima.

Come ho già scritto in passato i social tendono a generare una spirale d’invidia, di frustrazione e di egocentrismo tali da aver sostanzialmente buttato nel cesso una generazione.

Cosa fare per non rovinare le future generazioni? O almeno per non finire di corrompere del tutto quelle presenti?

Sì perchè i social sono un paradosso: per quanto orrendi, sono ormai imprescindibili.

Senza Facebook non sei in grado di mappare gli eventi della tua zona, i mercatini, le aziende, i piccoli artigiani, e fin’anche di tenere in qualche modo i contatti con molte più persone di quelle con cui biologicamente potresti (si stima che una rete sociale “mnemonica”, ovvero senza l’appoggio dei social, non va oltre le 50 persone).

Perchè se è vero che con gli amici più cari ci si vede di persona o ci si sente quotidiamente su whatsapp o per telefono, è anche vero che, avendone i mezzi, io personamente non vorrei rinunciare a tenermi in contatto con quella persona così interessante con cui ho fatto un corso 4 anni fa.

Mi seguite? Si chiama “fare rete”, che era il primo, originario, scopo di Facebook. Poi venne la storpiatura in senso erotico, e la sua fondamentale consacrazione in invidia (Instagram) ed idiozia (TikTok, Twitter e ovviamente gli stessi status di Facebook).

Non fatemi parlare di Youtube quando il top dei creators si chiamano Follettina; con tutto il rispetto, ovviamente.

Però sì, la risposta è sì: possiamo essere Creators con la C maiuscola, e generare contenuti in grado di portare un’influenza sana e positiva nel mondo, o anche banalmente a chi ci guarda.

In merito porterò degli esempi controversi, ma tanto lo sono pure io con questo blog (che comunque è proprio un esempio tangibile di come sto tentando di centellinare i contenuti ma di renderli tali da dire qualcosa, da ispirare qualcosa, da cambiare qualcosa, o anche solo da strappare un sorriso per il luogo di serenità da dove dico le cose).

Il primo, giusto per farmi unfolloware, è Jeffree Star.

Jeffree Star, per chi non lo conoscesse, è un’autentica icona.

“Queen of the Club Scene”, persona più popolare di Myspace (negli anni in cui questo era rilevante), elettro-pop-rock star con un album che a tutt’oggi è storia (“Get Away with Murder”; la cui title track fu lo sfondo della mia primissima performace in drag), diventato in fretta e furia uno degli youtuber più rilevanti (dire “amato” sarebbe scorretto) per il lancio prima della sua musica e poi della sua, ormai ciclopica, azienda di make-up: la pionieristica Jeffree Star Cosmetics (l’inventrice delle tinte labbra, tra le prime ad usare solo prodotti cruelty free ed a pensare la sua linea cosmetica per tutti gli skin colors).

Ovviamente Jeffree Star è una persona controversa, fa parte del suo personaggio, del ghetto, dell’essere cresciuto per strada, dal voler emergere invece che essere deriso, dai capelli rosa ai teaser (le asce, e le pistole rosa, segno di un’iperbolica volontà di rivincita contro chi lo riteneva solo un “fa**ot”).

Jeffree Star si è mostrato al mondo com’è: stronzo, iconico, geniale.

Il suo essere controverso è un brand, come la sua ossessione per Gucci:

Lui (sì, è il pronome giusto) che annaffia le rose in full Gucci è così over the top che è impossiible non amarlo.

Jeffree Star è un “self made man”, che lo si ami o lo si odi, il lusso che si permette di esibire è vero, è guadagnato ed è la sua vita reale (stessa cosa fatemela dire, seppur di sfuggita per Fedez e per la Ferragni, odiati per mera invidia quando la loro carriera l’hanno costruita da soli, pezzo per pezzo).

Non è una scena, quella è la sua vita, e che vi piaccia o meno, è giusto, nei social, parlare con verità, esporre la propria verità, non solo la parte più plasticosa, finta, ad uso, consumo ed invidia altrui.

Li ho già citati ma il caso emblematico sono proprio i Ferragnez, che io adoro. Non sono personaggi che riesco a seguire sui social, perchè troppo “tradizionali” rispetto a quello che amo guardare nel mio feed, ma sono personaggi che stanno usando la loro visibilità a fin di bene. Fanno raccolte fondi, combattono quotidianamente piccole quote di patriarcato italico, e soprattutto mostrano la loro vita, per quanto lussuosa, con leggerezza e libertà.

Io personalmente sconsiglio di mette online le foto dei propri figli, ma è pur sempre una loro scelta (di qui la “pubblicità” della foto e la mia scelta di uno scatto della loro vita che comprendesse anche Leone) e lo stanno facendo nel modo più vero ed esemplare possibile.

Hanno persino criticato loro figlio Leone perchè “troppo brutto per Instagram”, la loro risposta è stata da perfetti genitori (ve la faccio googlare, dai), e questo è un buon esempio, e pare che, di questi tempi, con una pandemia in corso, ne abbiamo bisogno più che mai.

Infine come non parlare dei fitness influencers?

E’ veramente possibile essere strafighi fare dei contenuti piacevoli, che educhino e che non facciano solo rodere il culo per niente?

Pare di sì, e lui è l’influencer che preferisco in assoluto:

Jan Stuehmer – modello, fitness model, influencer.

Elegante, sorridente, fisicamente perfetto e curatissimo. Cos’avrà di diverso da tutti gli altri? Sorriso a parte, è veramente in grado di fare contenuti piacevoli, intrattenenti (stiamo parlando di reel di instagram, quindi non della Bibbia in latino, ma almeno solo tot secondi decisamente godibili). Tra cambi di outfit ed improvvisi trovarsi in giacca o in costume, Jan S. riesce ad alternare video di training e video del suo lavoro da modello, presentandoli al mondo con la chiave della semplicità.

In fondo se un allenamento online viene postato per allenare e non per fare il figo, se le pose da modello sono il tuo lavoro, se i posti bellissimi dove vai te li sei guadagnati facendo carriera, una tua carriera, che nulla intralcia le possibilità di crescita degli altri. Una carriera fondata su talento, pianificazione e capacità di osare, allora why not?

Il punto quindi sta tutto nel perchè e nel come postiamo.

Non si deve postare da un luogo di invidia o per generare invidia, ma semplicemente per condividere la propria vita. Solo in questo modo potremmo interrompere la catena di invidia e di stupidità scritte senza avere cognizione di causa che tutt’oggi inonda e corrompe i social.

Postate da un luogo d’amore.

Il sentimento, l’intenzione, quello influenza positiviamente o negativamente; lasciate che il “farvi invidiare” venga sostituito un po’ alla volta dal “vivere bene”, che come ben dice Nicola Porro, è la miglior vendetta.

Poi certo, potete obiettare qualsiasi cosa, ma il punto è quello. Nulla toglie che nessuno, anche chi ho usato come esempio, non sia immune ad errori o vanaglorie, tuttavia quello che vedete sui social è semplicemente la loro vita, e a loro non frega niente che la approviate o meno.

Questo è influenza social. Questo è essere influencers. Questo è veramente dare qualcosa di positivo.

Descrivere, documentare la nostra vita, con i social, come se fosse un grande, grandissimo diario, NON mostrare, NON esibire, NON millantare.

Perchè vedete, se un ricco “ostenta”, forse non lo sta facendo, forse siamo solo noi che percepiamo inutilmente rancore in una ricchezza che non abbiamo; e allora non è meglio concentrarci sul vivere bene?

Perchè ragazz*, fare finta di essere ricchi quando si è dei comuni mortali è infinitamente peggio di Jeffree Star che innaffia le rose della sua magione con un innaffiatoio griffato!

Mal che vada possiamo unfolloware, e disinstallare Facebook (per continuare ad usarlo in modo da educare, e questo è un altro grandissimo modo di fare la differenza), no?

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