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Facciamo due parole sul Sex Work.

Facciamo due parole sul Sex Work.

Il Sex Work, nuovo nome per la ben nota arte della prostituzione, ha quanto mai bisogno di un riconoscimento, anche solo morale, prima che normativo.

Se è vero che il sesso a pagamento è “il lavoro più vecchio del mondo”, nella vulgata dell’italiano medio, e che “Il lavoro nobilita l’uomo”; perchè allora il sex work non dovrebbe valere come un lavoro “normale”?

Perchè non lo è. La prostituzione ha un valore sociale mai riconosciuto appieno.

Quali lavori sono atti a soddisfare direttamente i bisogni alla base della piramide di Maslow? Quali lavori danno una risposta diretta ad un’esigenza così quotidiana? Quali lavori hanno una funzione pacificatrice così alta come l’antica pratica del meretricio?

Non sto parlando di sfruttamento, ma sto parlando di chi sceglie di offrire (in rete e/o dal vivo) servizi legati alla sessualità e alla sentimentalità.

Perchè il sex work non solo non è solo femminile, ma anche non è solo sesso ma anche contatto umano, cura della solitudine. E’ infatti il vecchio pregiudizio maschilista che determina l’identikit dei clienti nell’immaginario collettivo (i 50enni arrapati, il 18enne portato dal padre porco che sempre 50 anni ha, etc).

Mentre c’è molto di più, e forse anche molto meglio.

C’è chi non ha voglia, chi non ha tempo, chi ha paura di cominciare, chi ha paura di rimettersi in gioco, chi ha avuto brutte esperienze, chi ha alti standard fisici, chi vuole sperimentare, chi ha kink di nicchia, fin’anche chi magari vive una disabilità e deve avere comunque il diritto di avere una vita sessuale, sentirsi voluto, desiderato, amato, anche solo per una notte.

I clienti, nel settore, possiamo essere tutti. Così come tutti possiamo essere “markette”, volendo usare il titolo di una celeberrima trasmissione televisiva di Piero Chiambretti.

Mi limito a citare Onlyfans come rivoluzione del modo di vivere il porno e, di conseguenza, anche il sex work, dato che nel condividere contenuti Xrated i “creators” chiedono un abbonamento mensile, con eventuali sconti in ingresso e possibilità di ricevere mance extra, “tips”, sotto ogni nuovo contenuto.

Onlyfans, complice il lockdown e le sue conseguenze, è letteralmente esploso negli ultimi mesi, contribuendo a sdoganare non poco il sex work, perchè, è inutile girarci attorno, ma se vendi contenuti e/o prestazioni di natura sessuale sei, volente o nolente, una prostituta/o.

Lo so, detto così vi state tutti sentendo più sporchi; ma è questo senso di colpa ad essere sbagliato, non la prostituzione.

Il problema è che tutto ciò che è legato al sesso è stato relegato da tempo immemore nella categoria dell’ “osceno”, in quanto o-sceno (al di là della scena) il sesso non può essere raffigurato nè essere oggetto di discussione esplicità. L’o-sceno è stato bollato come sbagliato, mentre di sbagliata c’è solo la sua estromissione dalla scena pubblica.

Il sesso invece è liberazione, ma è stato ingabbiato in modelli che lo rendono avulso dalla realtà, modelli cattolicheggianti, monogameggianti e censori. Utili ad un certo tipo di società, ma non ai suoi abitanti.

Non che “libertà sessuale” debba coincidere con “prostituzione”, piuttosto, così come nella teoria di genere o nella consapevolezza della fluidità anche dell’orientamento sessuale, dovremmo togliere il confine, il muro di taboo che è stato messo dalla religione tra vita e sesso, e tra sesso e sesso a pagamento.

Lasciamo che il sesso, finchè libero e consenziente, sia una scelta.

La prostituzione è quindi uno degli ultimi modi per decidere liberamente della propria sessualità, sia che si voglia fare, che si voglia acquistare, sia che voglia essa essere utilizzata per non scendere a compromessi.

Un sex work libero (in particolare dal giudizio) è un diritto che dovremmo garantre a tutti, nelle sue forme più o meno tecnologiche, al finire di questo annus horribilis chiamato 2020.

Così come sesso ormai è molte cose, dal real al web, così possiamo arrenderci alla pervasività e alla differenza che c’è nel vivere la sessualità al giorno d’oggi.

Il sexting e l’uso di contenuti pornografici facilmente reperibili online (vedasi il famoso concetto di democratizzazione del porno) è ormai pratica comune, quotidiana, quindi perchè non rimuovere il taboo verso coloro che ci rendono il valido servizio di cullare il nostro eros a distanza (e non solo)?

Io personalmente l’ho rimosso molto tempo fa; poi ovviamente ci si può non sentire di farlo, fin’anche non condividere appieno il come ed il perchè qualcuno si spinga a farlo.

Da suora lo devo dire.

Tuttavia l’essere magari particolarmente avvenenti, o in una relazione stabile, o a-romantico (o a-sessuale, nel senso di privo di particolari necessità sessuali percepite), o anche solo felicemente giunti alla pace dei sensi, non deve e non può togliere il rispetto per chi fa uso della propria sessualità in altri modi.

In fondo, se tale decisione non solo non è dannosa, ma come abbiamo visto ha anche un’importante funzione sociale, culturale (perchè ragazzi, io vi voglio vedere senza porno che fine fareste voi moralis*), ed emotiva, chi siamo noi per giudicare?

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